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UN APERITIVO CON PRIMARIGA. CONVERSAZIONI A MEZZODÌ. DAVIDE GRITTANI.

Aggiornato il: feb 20

A un anno dall'uscita de La rampicante (LiberAria Edizioni), uno dei cinquantasette titoli proposti dagli Amici della domenica per l’edizione 2019 del Premio Strega, facciamo una chiacchierata con l'autore, Davide Grittani. Scrittore e giornalista, nel suo ultimo romanzo, liberamente ispirato a una storia vera, ha affrontato un tema delicatissimo quale quello del trapianto degli organi.


Iniziamo col chiederti quale cocktail possiamo offrirti, qual è il tuo preferito?

Mojito senza dubbio, con tutte le conseguenze da assunzione (che ormai sono un lontano ricordo, vista la mia età). Difatti bevo sempre più spesso Spritz, è gradevole e ricorda che bere è un esercizio democratico, richiede partecipazione, coinvolgimento, possibilmente amicizia.


Perché e quando hai iniziato a scrivere? E, a tuo parere, perché è importante scrivere?

A sei anni, cioè quasi 45 anni fa, scrissi una lettera all'allora presidente della Rai, avanzando una richiesta precisa. Volevo fare il documentarista. È un episodio che ricordo bene, perché non disvelava una passione ma una necessità, un bisogno. Che poi si è manifestato attraverso il giornalismo, la cronaca e i suoi derivati, quindi l'arrivo alla narrativa dalla porta principale che in quegli anni era la scuola di Massimo Canalini ad Ancona, cioè la vera Transeuropa che scoprì e pubblicò Brizzi, Ballestra, De Marchi, Mozzi, Bugaro e tanti altri autori che davvero si potevano definire figli ideali di Tondelli. Scrivere è importante solo se ritieni di poter dire qualcosa che ha dignità di essere detta, altrimenti scrivere può anche essere vissuto con meno impegno, senza sentirne la vocazione. Purtroppo in Italia scrivere sta diventando un anti depressivo, con risultati spesso illeggibili che si possono riscontrare ogni giorno in libreria.


Qual è stato il percorso che ti ha permesso di pubblicare un libro, che ti ha portato quindi dalla semplice passione per la scrittura alla casa editrice?

Nel primo caso, cioè con Transeuropa, fu Massimo Canalini in persona a chiamarmi. Mi cercò perché gli era piaciuto Rondò, il mio romanzo di esordio. Poi ho fatto la trafila solita, un po' da solo, un po' attraverso agenzie letterarie, ma quando comincia a diventare il tuo mestiere la rete dei contatti si fa così attendibile ed eterogenea che le possibilità di fare relazione, e quindi di parlare agli altri dei tuoi progetti, si presentano molto spesso. Rispetto alla mia fedeltà professionale, tuttavia, mi piacerebbe trovare un editore col quale fare un percorso, una strada lunga due o tre romanzi, che porti al raggiungimento di una consapevolezza artistica attraverso la crescita reciproca di autore ed editore. Al tempo stesso devo dire che è sempre più raro trovare autori così legati ai loro editori da non tradirli, per nulla al mondo.


Dal punto di vista dello scrittore, quanto è importante l’editing e in generale il ruolo del service editoriale?

In alcuni casi fondamentale, perché chi lavora ad esempio come me, per due o tre anni su un romanzo, non riesce più a vederne i difetti, a coglierne i limiti, e poi perché lo scrittore ha bisogno di test che precedono la pubblicazione per sondare la presa, la tenuta e l'impatto del suo libro. Quello che invece noto, con sempre maggiore frequenza, è la mediocrità di alcuni editing, la superficialità con cui vengono fatti e la tendenza a stravolgere dati e strutture ormai acquisite del testo. Faccio un esempio, si lavora molto di più sulla trama, sulla ricerca del colpo ad effetto, della sensazione, e poco, anzi pochissimo, sulla lingua, sulla nobiltà delle espressioni che dovrebbe essere richiesta a uno scrittore – altrimenti il suo diventa giornalismo, non narrativa, men che meno letteratura – e sulla tendenza, almeno come idea, all'immortalità del testo. Invece oggi ci si accontenta di testi la cui vita media, in partenza, viene stabilita in tre mesi editoriali, a fronte di un lavoro di scrittura che può durare anche quattro, cinque anni. Ci si limita a interventi di natura estetica, lasciando da parte il tono, la voce, l'empatia – quando c'è, ovviamente – dello scrittore col lettore, la sua capacità di sapergli dare del tu senza mancargli di rispetto.


Che problematiche ti senti di evidenziare nel mondo dell’editoria e che soluzioni potresti individuare?

Il mondo dell'editoria, in tutti i Paesi del mondo, riflette il momento socio-storico dell'umanità. Cioè un momento drammatico. In particolare in Italia, a questo momento drammatico si unisce una mediocrità diffusa di quasi tutti gli operatori editoriali in circolazione, una supponenza e una arroganza che dovrebbero far riflettere. Atteggiamenti che non avrebbero nemmeno sfiorato gli editori e gli editor che hanno avuto a che fare con Pasolini, Moravia, Morante, Flaiano e Gadda e che invece sembrano essere l'unica cifra stilistica dell'editoria di oggi. Senza parlare del momento culturale del Paese, schiacciato sull'annullamento del pensiero critico e incline alla divulgazione di messaggi e modelli culturali imbarazzanti. Ne sono prova i saggi che vengono pubblicati oggi, il successo di scrittori che non sanno scrivere in italiano o che, quando lo fanno, scrivono drammatiche banalità, l'esigenza di ricorrere alle biografie dei calciatori per tirare su un po' di vendite. Gli editori non scommettono più e, detta così, questa sembrerebbe una frase fatta. Invece non lo è, perché se non scommettono più gli editori – cioè quelli che hanno la possibilità di contribuire alla formazione di un pensiero – vuol dire che l'unico orizzonte possibile è la mediocrità a cui sembriamo rassegnati.


Qual è la tua opinione sull'auto pubblicazione e sull'editoria a pagamento?

Semplicemente non esiste, chi si pubblica da sé non ha capito cosa vuol dire scrivere.


Quale ruolo ha la lettura nella tua vita?

È il momento in cui raccolgo per me pensieri e sensazioni, le sedimento in attesa delle emozioni che riceverò dal libro che ho in mano. Chi scrive non può esimersi dal leggere almeno una cinquantina di libri l'anno, anzi di romanzi. Va anche detto, però, che le occasioni di leggere un gran bel libro, soprattutto italiano, cominciano a essere sempre meno.


In quale momento della giornata scrivi e quali sono le tue abitudini? Hai un luogo che più degli altri ti predispone alla scrittura o si tratta esclusivamente di uno stato mentale?

Di notte o al mattino molto presto. Evidentemente una condizione esclude l'altra, per ovvie ragioni di compatibilità. Io scrivo nel caos assoluto, in mezzo ai rumori del mondo, del tempo, della vita e soprattutto della mia famiglia. Non so vedermi isolato su un eremo, aspettare concentrazione e ispirazione per giorni e giorni fino a quando non le vedo arrivare. So stare dentro la vita, lo so fare bene, nel senso che io racconto del mio tempo e delle cose che vi succedono. Molti miei colleghi scrivono di vita quotidiana e non sanno cosa significhi fare la spesa, pagare le bollette, andare ai colloqui dei propri figli, insomma far parte della terra degli uomini. Io ci sto dentro dal mattino alla sera tuttavia, quando mi servono momenti di particolare concentrazione, allora mi prendo i miei spazi nei tempi che ho sopra indicato. La notte soprattutto, perché il buio intorno è come se sospendesse il tempo, mi lascia l'impressione che nulla sia più importante di ciò che sto facendo. Ma poi torno al caos della mia vita, che poi è quello di tutte le vite. Solo facendone parte lo si può raccontare, solo essendone parte lo si può scrivere.


Quale tipo di formazione pensi possa essere utile per diventare un buono scrittore?

Credo che i corsi di scrittura, non tutti, possano aiutare, così come credo che il controllo delle emozioni possa donare alla scrittura una maturità altrimenti difficile da raggiungere. Credo inoltre che le scuole, la condivisione e lo stare insieme che ne scaturisce possano donare all'autore il sacrifico dell'io che spesso manca soprattutto agli esordienti. Detto ciò, se non si ha del talento di base non si va da nessuna parte. Se la scrittura non è dentro i codici comunicativi di chi intende raccontarla, allora è difficile recuperare pienamente quella qualità. Il talento per fortuna non si compra. La scrittura è un muscolo e si può allenare, i suoi esiti però non si possono né prevedere né addomesticare. Rispondono alla lingua selvatica e anarchica della classe, chi non ce l'ha può girarci intorno, stare giorni e giorni andandoci vicino, ma non può capirne a fondo il senso, la funzione. Il talento è tutto, secondo me.



Davide Grittani (Foggia, 14 giugno 1970) è un giornalista e scrittore italiano. Dal 1990 al 1993 ha studiato all'Accademia di Comunicazione di Milano, diplomandosi con una tesi sul giornalismo letterario di Dino Buzzati (tra i suoi docenti anche Saverio Vertone e Vittorio Corona). Ha prima collaborato e poi diretto il settimanale Viveur (1994-2000), ed ha lavorato al quotidiano La Gazzetta del Mezzogiorno (2000-2014). Finalista al Premio Città di Penne (poesia inedita, presidenti di giuria Mario Sansone e Vincenzo Cappelletti) nel 1993, 1994 e 1996; miglior autore esordiente al Premio Gran Giallo Città di Cattolica (narrativa inedita, presidente di giuria Carlo Lucarelli) nel 1996. Della sua scrittura e delle sue attività culturali, si sono occupati a vario titolo Alessandro Piva, Giorgio Barberi Squarotti, Giampaolo Rugarli, Dacia Maraini, Ettore Mo, Corrado Augias, Marcello Sorgi, Wanda Marasco, Andrea Purgatori, Massimo Canalini, Fabio Geda, Roberto Pazzi, Mario Sansone, Furio Colombo. Nel 2013 ha fondato Cittadini di Macondo, associazione culturale indipendente che ha curato l'allestimento della mostra Written in Italy in diversi Paesi del mondo. Il suo ultimo romanzo La rampicante, liberamente ispirato a un episodio di cronaca realmente avvenuto all'inizio degli anni Novanta, affronta con coraggio il tema del trapianto degli organi.

Romanzi

Rondò. Una storia d'amore, tarocchi e vino, Transeuropa, Ancona, 1998 Premio Città di Latina - Latina, 1999 (finalista) E invece io, Biblioteca del Vascello, Torino, 2016 Candidato Premio Strega 2017, presentato dagli Amici della Domenica Maria Cristina Donnarumma e Roberto Pazzi La rampicante, LiberAria, Bari, 2018 Candidato Premio Strega 2019, presentato dall'Amica della Domenica Giulia Ciarapica Tra i migliori libri del 2018 per la classifica de la Lettura (Corriere della sera) Premio Nabokov - Novoli, 2018 (vincitore) Premio Città di Cattolica - Cattolica, 2018 (premio della giuria) Premio Città di Grottammare - Grottammare, 2019 (finalista) Premio Universum - Montesilvano, 2019 (secondo classificato)

Premio Nicola Zingarelli - Cerignola, 2019 (premio della giuria)

Premio Etna Book - Catania, 2019 (secondo classificato) Premio Giovane Holden - Viareggio, 2019 (vincitore)

Altre scritture

C'era un Paese che invidiavano tutti, Transeuropa, Massa, 2011



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