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COVID-19. PRIMARIGA DALLA PARTE DEGLI OPERATORI CULTURALI.



“Un dolore la chiusura di teatri e cinema. Ma oggi la priorità assoluta è tutelare la vita e la salute di tutti, con ogni misura possibile. Lavoreremo perché la chiusura sia più breve possibile e come e più dei mesi passati sosterremo le imprese e i lavoratori della cultura”, questa la dichiarazione di Dario Franceschini, ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, sulla chiusura di teatri e cinema, prevista dal nuovo DPCM in vigore fino al 24 novembre.

L’analisi della curva epidemiologica segnala una crescita esponenziale che ha ormai raggiunto livelli preoccupanti. Questa la motivazione per cui il Governo ha ritenuto necessario attuare misure più restrittive. “Chiudono anche teatri, cinema, sale da concerto. È una decisione questa che è risultata particolarmente difficile tra le altre. Il mondo della cultura infatti è in forte sofferenza ormai da mesi”, ha affermato il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, durante la conferenza stampa del 24 ottobre, nella quale ha illustrato le nuove misure per fronteggiare l'emergenza epidemiologica da Covid-19.

Eppure a settembre su Linkiesta usciva un articolo che invitava a sostenere teatri e cinema perché, si scriveva, “a nessuno è giunta notizia di contagi da Covid-19, meno che mai di focolai sviluppati a partire dalle tante platee estive allestite sia all’aperto sia al chiuso”. Luoghi sicuri, insomma, che attraverso il rispetto dei protocolli e delle norme di sicurezza hanno ripreso, dal 15 giugno (data dell’inizio della Fase 3), insieme agli altri luoghi di aggregazione culturale e sociale, ad accompagnare gli italiani in un periodo molto complesso.

Ed è proprio su questa linea che si è mossa l’Agis, Associazione Generale Italiana dello Spettacolo, inviando una lettera in merito all’ultimo DPCM, al presidente del Consiglio e al ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo. Nella comunicazione ufficiale si ritiene la misura prevista per il settore ingiustamente penalizzante e in contrapposizione rispetto ai dati emersi dalla ricerca effettuata proprio dall’associazione e trasmessa alle istituzioni e agli organi di informazione, che ha evidenziato quanto i luoghi di spettacolo siano tra i più sicuri spazi di aggregazione sociale.


In queste ore molti si sono mobilitati in favore degli operatori culturali. Il direttore d’orchestra Riccardo Muti, in una lettera inviata al presidente del Consiglio, ha lanciato il proprio appello per “ridare vita alle attività teatrali e musicali per quel bisogno di cibo spirituale senza il quale la società si abbrutisce. I teatri – ha fatto notare – sono governati da persone consapevoli delle norme anti Covid e le misure di sicurezza indicate e raccomandate sono state sempre rispettate”. Messaggio che ha avuto risposta immediata da parte di Conte, che ha replicato dichiarando che la decisione di chiudere le sale da concerto e i teatri è oggettivamente grave e proprio per questo “è stata una decisione particolarmente sofferta. Siamo stati costretti a prenderla perché l’obiettivo primario – ha aggiunto - deve essere adesso recuperare il controllo della curva epidemiologica ed evitare che la sua continua ascesa possa compromettere l’efficienza del nostro sistema sanitario e, con esso, la tenuta dell’intero sistema sociale ed economico”.


Nelle ore si sono moltiplicate le manifestazioni che hanno chiesto a gran voce l’apertura dei teatri e dei cinema, ritenuti presìdi indispensabili di cultura e di coesione sociale. Una fra tutte la petizione Vissi d’arte, in cui si legge: “Il teatro e il cinema non possono fermarsi perché sono la riserva invisibile di senso, per la vita pubblica e individuale dei nostri concittadini”.

Di diverso avviso sembrerebbe essere Marino Sinibaldi, direttore di Radio3, che pur d’accordo con l’affermazione di Nicola Lagioia - che su La Repubblica ha scritto che “senza teatro, fosse anche un attore, davanti a tre spettatori, distanziati dieci metri, la polis comincia a disgregarsi” – ritiene che le proteste contro le chiusure trascurino i pericoli e siano di retroguardia. “La pandemia è qualcosa che irrompe nelle nostre vite e non si lascia dominare. - scrive su Internazionale e aggiunge - L’unica arma che abbiamo è rallentare, svuotare, isolare. Chiudere quello che si deve, rinunciare a quello che si può. E allora qualche verità amara va detta. I cinema e i teatri si sono già svuotati. E comunque, nel loro piccolo (molto piccolo, ahimè) contribuiscono al movimento, alla circolazione, alla riunione. Proprio quello che dovremmo evitare. Non è dunque in discussione la grande sicurezza garantita da una sala con i posti distanziati”.


D’altra parte, durante la conferenza stampa, il presidente Conte ha dato speranza ai lavoratori del comparto culturale affermando cha ha preso un impegno a nome dell’intero Governo e che sono già pronti gli indennizzi a beneficio di tutti coloro che verranno penalizzati da queste nuove norme.


Il Decreto ristoro, a cui sta lavorando in queste ore il Governo, arriverà entro la metà di novembre e sarà superiore a quello erogato nei mesi scorsi. Le sei misure in programma riguarderanno sia le attività che sono state temporaneamente chiuse (palestre, piscine, centri benessere, centri termali, teatri, cinema, sale da concerto, discoteche, sale gioco e impianti sciistici), sia quelle che hanno subito e subiranno tagli nell’orario e nei giorni di apertura (bar, ristoranti, pub, locali, gelaterie e pasticcerie). In particolare, il pacchetto dovrebbe prevedere: contributo a fondo perduto per attività di ristorazione, bar, spettacolo e sport, cassa integrazione per i lavoratori interessati, credito d’imposta per le attività in affitto per due o tre mesi, ceduto al proprietario o scontato dal canone, cancellazione della seconda rata Imu (quella che si paga entro il 16 dicembre), aiuto ai lavoratori non dipendenti dei settori interessati (stagionali del turismo, dello spettacolo, venditori a domicilio…) per un’indennità pari a 1.000 euro, ulteriore mensilità per il reddito d’emergenza a chi non ha i requisiti per ottenere il reddito di cittadinanza.


La redazione

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